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TERRAFERMA
A Emanuele Crialese sono bastati due film, “Respiro”
e “Nuovomondo”, per proporsi fra
gli autori più significativi del cinema
italiano di oggi. Ce lo conferma ampiamente
questo suo terzo film “Terraferma”,
ambientato nella stessa isola di “Respiro”,
anche se, in questo caso, il desiderio dei suoi
principali personaggi è di lasciarla
per rifarsi una vita in terraferma, luogo mitico
e ad un tempo reale, tramato di sogni ma anche
di dati concreti.
I personaggi più coinvolti in questo
sogno sono due donne e un ragazzo. Una delle
donne, Giulietta, è nata lì ed
ha perso il marito in mare. L’altra donna,
Sara, è un’immigrata africana sbarcata
con un figlio (e mettendone al mondo un altro)
da uno dei tanti barconi che approdano spesso
sulle nostre spiagge, desiderando adesso di
raggiungere il marito già in Italia.
Ci riuscirà però, dato che è
una clandestina, solo se l’aiutano Giulietta
e suo figlio Filippo, entrambi all’inizio
pronti ad avversaria. Presto convinti e solidali,
comunque, tanto che il ragazzo correrà
seri pericoli per portarla in salvo. Vinto dall’altruismo
se non addirittura dalla pietà. Senza
retorica, però, perché Crialese
anche quando si affida ai sentimenti, e con
immagini spesso poetiche, coltiva sempre modi
asciutti, in ogni personaggio studia la persona,
vi coglie quasi con rigore i tratti salienti
e vi intreccia attorno situazioni e gesti attentamente
affidati a cifre di riserbo, secondo ritmi narrativi
che tendono a filare via senza note scabre.
Un film prezioso. Per i suoi climi, ma soprattutto
per gli accenti tra favola e cronaca con cui
limpidamente si affrontano e per un senso del
cinema studiato, meditato - che si realizza
sempre all’insegna dello stile. Lo completa
un’inter-pretazione felice, da Donatella
Finocchiaro (Giulietta) a Filippo Pucillo (Filippo),
già incontrato quest’ultimo in
occasione di “Respiro”. Un duetto
che lascia il segno. Specie se vi si aggiunge
l’altra donna, Timnit T., l’immigrata,
un viso dolce da Madonna nera.
Il Tempo
Gian Luigi Rondi
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