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IL VILLAGGIO DI CARTONE
Presentato a Venezia come evento fuori concorso
per volontà dell’autore, “Il
villaggio di cartone” del maestro Ermanno
Olmi è un toccante apologo sulla necessità
dell’accoglienza e sul dialogo possibile
e necessario fra le religioni. Ieratico e solenne,
inconfondibilmente olmiano nella studiata lentezza
e nella ricerca pittorica che qui rimanda ai
maestri del nostro Rinascimento, il film è
una sorta di Sacra Rappresentazione in cui ogni
sguardo, ogni singolo gesto assume valore simbolico
ed intensamente spirituale e narra di una chiesa
che viene sconsacrata e privata dei suoi orpelli,
perfino del crocifisso ligneo che pende sull’altare,
sotto lo sguardo sbigottito del vecchio parroco
(Michael Lonsdale) che non si dà pace.
Accanto a lui un prete più giovane e
più disincantato (Rutger Hauer) che lo
invita a farsene una ragione. Nella notte alcuni
disperati clandestini provenienti dall’Africa,
in transito verso la Francia, trovano rifugio
nella chiesa ormai spoglia formando con le loro
povere cose, una sorta di Presepe vivente. Il
vecchio li accoglie amorevolmente nonostante
il parere contrario del collega più giovane
e li difende quando questi li denunzia alla
polizia. Sorta di testamento spirituale di un
regista ormai ottantenne profondamente cattolico
ma che si accosta alla fede problematicamente
e col coraggio di esprimere dubbi e perplessità
su argomenti assai dibattuti come il celibato
dei preti, “Il villaggio di cartone”
è una preghiera intensa ed accorata,
un invito alla fratellanza fra i popoli e alla
riscoperta dei valori più autentici del
messaggio cristiano e si conclude con un monito
all’Occidente: ‘O cambieremo il
corso impresso alla Storia, o sarà la
Storia a cambiare noi’.
Il Giornale di Sicilia
Eliana Lo Castro Napoli
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