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IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE
C’è il cinema normale e c’è
il cinema di Pupi Avati. Lo riconosci al primo
fotogramma, alla prima voce (spesso fuoricampo),
alla prima nota. Cinema che non urla, che accarezza,
che ridà vita ai ricordi, alle ombre,
ai sogni. E che parte quasi sempre da una singola
suggestione. Per “Il cuore grande delle
ragazze” è il profumo che esce
dalla bocca del giovane protagonista Carlino:
un inebriante odor di biancospino, capace di
far cadere ai suoi piedi tutte le ragazze che
lo incontrano. Attorno a questo nucleo poetico
Avati intesse la sua storia, ambientata nell’Italia
rurale ai tempi del fascismo. Mariti donnaioli
‘per natura’, mogli che accettano
in silenzio, proprietari terrieri duri come
l’acciaio e mezzadri che non hanno il
diritto di alzare la testa. Carlino figlio del
contadino e dunque povero in canna va innamorarsi
(proprio lui che pensa solo a correre dietro
alle sottane) di Francesca, la bella figlia
di primo letto del padrone. Che, ovviamente,
ricambia. Ma come superare l’ostilità
dei furenti genitori? Come arrivare alle nozze?
Un piccolo mondo antico che sembra uscire dai
racconti di nonni e bisnonni, con chiesette
di campagna e siepi alla cui ombra si fa l’amore,
sguardi assassini e una moto Guzzi come desiderio
supremo. Bravo Pupi, hai diretto un film che
profuma di Biancospino.
Il Sole 24 ore
Luigi Paini
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