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TUTTA COLPA DI GIUDA
Dopo “Nella città l’inferno”
(1958) di Renato Cesi è il migliore film
italiano sull’universo carcerario. L’architetto
metteva a confronto Anna Magnani e Giulietta
Masina nel reclusorio delle Mantellate, attingendo
emozioni e pietà. In “Tutta colpa
di Giuda” l’infaticabile Davide
Ferrario elogia poeticamente la musica, il canto,
la recitazione e le arti coreografiche quali
terapie dell’anima, in un percorso virtuoso
dalle tenebre del Peccato al dolore del Castigo,
alla luce salvifica dell’Espiazione. Giovane
attrice di origine serba Irena è ingaggiata
per mettere in scena una Passione di Cristo,
coi detenuti delle Vallette. Nessuno vuole il
ruolo del traditore. Ma è questo il tema
dell’apologo. Irena, il cappellano don
Iridio, il direttore Libero ed una suora discettano
di fede e ragione, comunicano attraverso la
gestualità teatrale, i passi di danza
e gli accordi di un’armonica. Ed Irena,
inizialmente scettica sui temi della religione,
legge i Vangeli secondo Marco e Matteo, intuisce
il primato dello spirito, e si muove con soave
levità fra i condannati, scoprendone
le risorse etiche. Ferrario evita i piagnistei,
modula le corde dell’ironia, guida al
diapason una ‘ditta’ recitativa
che al professionismo di Kasia Smutniak, Troiano,
Gobbi e di una Luciana Littizzetto finalmente
vera nella sua armoniosa austerità, alterna
le sorprendenti prestazioni di quanti scontano
la pena. E’ un’opera eccelsa nello
stile e straordinaria per scintillante creatività.
Il
Giornale di Sicilia
Gregorio Napoli
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