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LO SPAZIO BIANCO
Una donna sola, per scelta, per indipendenza,
per orgoglio, resta incinta di un nuovo amore,
decide di tenere la bambina anche se lui ha
già figli e la lascia, perché
vista l’età potrebbe essere la
sua ultima occasione e perché tanta solitudine
forse inizia a pesarle. Poi ha un parto prematuro,
la bambina viene messa in incubatrice, non si
sa se sopravvivrà né in che condizioni,
si può solo aspettare e sperare. Così
questa donna colta, battagliera, benestante
e talvolta scostante, fiera del proprio lavoro
in una città non facile come Napoli (insegna
italiano a studenti-lavoratori), passa vari
mesi sospesa in uno strano limbo, strappata
alla sua routine, immersa nelle luci artificiali
e nel gergo dei medici, costretta a reggere
l’urto di un’angoscia senza rimedio
insieme a persone cui nulla la unisce se non
quella condizione assurda. Anche se proprio
in questi mesi di ‘vuoto’ scoprirà
tempi e modi e rapporti personali di una ricchezza
e una varietà mai sospettata prima. Tratto
dal bel romanzo di Valeria Parrella “Lo
spazio bianco” di Francesca Comencini
poteva cadere nel sociologico o nel dimostrativo.
Invece una regia attentissima e inventiva, il
montaggio che accelera e rallenta, sottolinea
e nasconde creando continuamente pieni e vuoti,
una Margherita Buy indurita e molto efficace,
come tutto il cast, ci danno un quadro fedele,
palpitante e come in soggettiva della ‘società
liquida’ in cui viviamo e di quell’incrinatura
forse irrimediabile nei rapporti fra i sessi
che è fra i dati più vistosi dei
nostri anni. Con episodi allarmanti (l’irruzione
della polizia in sala parto per rianimare a
forza un feto abortito oltre i termini di legge)
e impennate poetiche (la seduta di musicoterapia,
con quelle puerpere così diverse riunite
in una specie di danza) che allargano il campo
e danno a ogni cosa un peso e un rilievo speciali.
Come se il punto di vista femminile non coincidesse
solo con la maternità ma con una visione
più acuta .e dolorosa dei torti, delle
disparità sociali, della segregazione
in agguato dietro un gesto, un’abitudine,
una frase. E a forza di esporsi e andare verso
gli altri, Maria/Margherita Buy si imbattesse
in un’altra se stessa. Scrutata dalla
Comencini con lo sguardo complice e insieme
intransigente che si riserva alle compagne o
alle sorelle. Sullo sfondo di una Napoli quasi
astratta che è uno dei dati più
significativi di un film forte, azzardato, personale,
da vedere e rivedere.
Il
Messaggero
Fabio Ferzetti
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